Mo' viene natale
Mea culpa!
Non so come sia possibile che cotanta bestialità mi sia sfuggita, non ho parole. Sono costernato proprio.
Perché quando le sirene dell'immondizia chiamano, bisogna essere pronti a rispondere 'eccomi! Io vengo a infradiciarmi di sudicie note'.
E quindi: era un disco natalizio, in tutto e per tutto, ma non lo si può far passare sotto silenzio.
Esiste una schiera di musicisti che sembra anelino a specializzarsi in musichette da telefono. Quelle che partono quando ti mettono in attesa e si interrompono ogni dieci secondi con la terribile vocina 'attendere, prego'. Volentieri, aspetto. Ma se stai zitto aspetto più volentieri. Soprattutto la cascatona morbidosa di pianoforti e altri strumentini maleficamente sintetizzati. Da Stephen Schlaks a Richard Clayderman, il mondo è pieno di 'sta tristezza da 'le passo subito l'interno desiderato'. Ecco. Uno di questi, poverino, era anche partito bene. Un paio di dischi dal titolo italiano, sebbene lui sia svizzero (??), che avevano fatto sperare in un caso interessante. E invece.
E invece l'arpa elettrificata di Andrea Vollenweider è precipitata senza alcuna pietà nel manierismo da telefono. Musichette banaline, modalità facilotta (che per chi non ne sa di musica, è come dire: io faccio un accordo, te giraci intorno anche per due ore), idee lasciate ad ammuffire tra le sinapsi.
A natale 2006 uscì un terribile album di christmas carols, alcune autografe del maestro e altre tradizionali, in compagnia della voce di Carly Simon. Già un passo avanti, visto che nel disco precedente il nostro addirittura CANTAVA (non c'è limite al peggio).
Ecco. L'ho ascoltato. Man mano che le musiche proseguo ti cresce addosso un costume da babbo natale, ma anche i capelli grigi da Billy Bob Thornton in "Babbo Bastardo". Alla fine indossi una calza di lycra sulla faccia e corri ad invadere la Svizzera. Che è l'unica cosa buona che questo disco potrebbe sortire come effetto.
Ah, i rifacimenti...
Se c'è una cosa che fa soffrire a morte un povero collezionista di dischi sono i remake. Pigli qualcosa di più o meno famoso e lo reinterpreti a modo tuo. Ogni discaiolo che si rispetti nuota in questo genere di produzioni, e se magari la Pausini è assente altre amenità costringono le orecchie a capitomboli di memoria per ripescare dai meandri dei neuroni pezzi dimenticati.
C'è da dire che la percentuale di qualità in queste produzioni è più alta di quanto si possa temere: a me personalmente non dispiacciono, spesos e volentieri. Ricordo con simpatia l'intero The queen is dead degli Smiths risuonato da mezzo mondo, per dire.
Ogni tanto però non sono tutte rose e fiori.
Anzi.
Cachi e prugne, in questo recentissimo caso.
Il disco è di tale Chant Song Orchestra: fanfarozza jazz con ambizioni art purtroppo in libera uscita, il titolo Indie mood, già di per sè pietoso - sembra qualcosa di terribilmente new age.
Invece da qua dentro sòrte fuori un coacervo di roba italiana più o meno attuale - da 'Discolabirinto' con la Donà alla voce a 'Disconetti (sic!) il potere' con lo stesso Frankie alla voce, da 'Voglio una pelle splendida' cantata (ehm) da Mimì Clementi (parentesi: vuoi parlare? Non sai cantare? Fai il poeta, ca**o! Non è difficile!) a 'Festa Mesta' con la tromba di Roy Chao Paci.
Un pianto, molto squallidamente.
Cambiare genere e destinazione sonora a qualcosa di marcatamente direzionato verso un pubblico è arduo. Molto arduo. Devi essere veramente un dio per creare il capolavoro. Perché si sa, un'operazione di questo genere ti costringe a due alternative: il Capolavoro o la Merda. Ecco, qui mi sa che i dubbi si fugano rapidamente.
Vabbè. Capita. Magari tornano nel loro orticello jazz al prossimo giro e siamo salvi.
Speriamo...

L'arte della mistificazione
Favoletta del giorno.
C'era una volta un'etichetta discografica che pubblicava compilation di musica, ehm, world. Cioè musica etnica, per capirsi, quelle robe un po' India, un po' Africa, un po' Sudamerica che fanno tanto alternativo/cocktail/ethnoconl'acca/lounge. Perché poi c'è LA world music, che invece lavora utilizzando musica tradizionali vere, non spruzzando un po' di deodorante afro sul pop.
Ecco, quell'etichetta era un po' così, spruzzatine di deodorante. Intesa world. Ma in fondo va bene così, finché l'obiettivo è distrarre gli acquirenti di un negozio di vestiti etnici, arredamento etnico, aperitivi etnici, decervellamento etnico. Nessuna pretesa. Ok.
Un giorno, uno dei fondatori di quell'etichetta, ne aprì una succursale, da cui non pubblicava più compilescion da sottofondo per cocktail lounge a base di mojito. No. Pubblicava dischi solisti, chiamandoli 'world music'. E diventò notte fonda.
Purtroppo non è una favola, è storia vera. La prima è la Putumayo, etichetta 'equa e solidale', direi piuttosto equina e consolidata (economicamente, sono una forza della natura, per qualche motivo a me sconosciuto), e la seconda la Cumbancha, che ne ripercorre le orme dedicandosi a 'progetti' (brrr!) specifici. Mentre Putumayo sforna 'African groove', 'Balkan groove', 'Women of latin America' e altre bestialità senza grandi pretese, Cumbancha da alle stampe perle come questo The Idan Raichel Project. Già project non si capisce, ma vabbè.
Il signor Raichel è un simpatico israeliano (e nessuno spari battute sminchiose di politica, che non ne vale la pena e non è la sede) che fa una roba varia, diciamo.
Non è musica tradizionale mediorientale. Ma c'ha il profumino di Medio Oriente, con vocine arabeggianti sparse a svocalizzare 'hallaaalallallaahahhalalla'.
Non è reggae, seppure ogni tanto gli parta un colpo di levare troppo sospetto.
Non è rap, anche se la voce ogni tanto parla. Ma ho il dubbio che sia solamente stonato.
C'è l'elettronica non invasiva, come un'operazione di routine in day hospital.
C'è il ritmo blando cullante, che non dia troppo fastidio se stiamo parlando che poi mi distraggo e mi sbicca il negroni sul tappeto.
Allora mi chiedo io.
Dìllo, suono lounge del cazzo.
E ti perdono.
Non dirmi ' suono world music', perché tenti di farmi passare per pirla.
E invece ci passi tu. Caro il mio frugoletto mistificatore.
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Perché? Semplicemente, perché?
Una domanda che spesso sottende dubbi esistenziali, e invece talvolta si insinua nella quotidianità di ciascuno di noi: perché? Semplicemente, radicalmente, così, senza possibilità di nascondersi.
Perché?
Perché esiste il male nel mondo?
Perché non possiamo sempre ottenere ciò che desideriamo?
Perché gli altri non ci capiscono?
Perché le cose non vanno come vorremmo?
Ecco, ci siamo capiti.
Poi ti arrivano dischi come questo: Quiet stream breaks rocks, di tale Branco Stoysin Trio. Non cercatelo, non lo troverete. Per fortuna penso (spero) che in Italia 'sta roba non arrivi.
Branco è un chitarrista serbo, che si definisce pomposamente 'compositore' nel comunicato stampa multicolorato che scivola sulla mia scrivania.
Il titolo del suo nuovo cd è mutuato da un antico proverbio slavo, dice. Che poi a me sembrava di averla già sentita, 'sta cosa del 'gutta cavat lapidem', ma vabbè. Facciamo finta di niente.
Ascoltiamo il prodottino.
E qui tutta l'essenza della fatidica domanda affiora già dalla prima traccia: perché? Perché devi incidere una cosa del genere? Il Nulla sonoro fissato ad imperitura memoria su dischetto iridescente. Un fluire di niente. Il trionfo del vacuo a sei corde. Melodia fintostruggente, atmosfere al cui confronto la new age è metal, polpettoni onanistici di schitarrate pseudofusionmorbidosa, arrangiamenti che farebbero ammalare Papetti.
Ma dico io.
Ok, con la chitarra più o meno te la cavi. All'angolo di una piazza frequentata sbarcheresti il lunario comodamente, visto con simpatia e benevolenza da passanti distratti. E invece no. Tu desideri ardentemente sottoporci il tuo nulla. Scritto pure con la minuscola.
Magari sei un simpaticone, eh.
Dietro ad una birra mi faresti morire con nanetti esilaranti.
Quattro chiacchiere in amicizia, e magari sai anche consigliarmi nei momenti bui della mia vita.
Magari diventi pure il mio migliore amico, come dicono a Trieste 'chi pol dìr'.
Ma perché fai musica, se non hai una mazza da dire?
Come sempre, la risposta sbuffa nel vento.







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