L'arte della mistificazione
Favoletta del giorno.
C'era una volta un'etichetta discografica che pubblicava compilation di musica, ehm, world. Cioè musica etnica, per capirsi, quelle robe un po' India, un po' Africa, un po' Sudamerica che fanno tanto alternativo/cocktail/ethnoconl'acca/lounge. Perché poi c'è LA world music, che invece lavora utilizzando musica tradizionali vere, non spruzzando un po' di deodorante afro sul pop.
Ecco, quell'etichetta era un po' così, spruzzatine di deodorante. Intesa world. Ma in fondo va bene così, finché l'obiettivo è distrarre gli acquirenti di un negozio di vestiti etnici, arredamento etnico, aperitivi etnici, decervellamento etnico. Nessuna pretesa. Ok.
Un giorno, uno dei fondatori di quell'etichetta, ne aprì una succursale, da cui non pubblicava più compilescion da sottofondo per cocktail lounge a base di mojito. No. Pubblicava dischi solisti, chiamandoli 'world music'. E diventò notte fonda.
Purtroppo non è una favola, è storia vera. La prima è la Putumayo, etichetta 'equa e solidale', direi piuttosto equina e consolidata (economicamente, sono una forza della natura, per qualche motivo a me sconosciuto), e la seconda la Cumbancha, che ne ripercorre le orme dedicandosi a 'progetti' (brrr!) specifici. Mentre Putumayo sforna 'African groove', 'Balkan groove', 'Women of latin America' e altre bestialità senza grandi pretese, Cumbancha da alle stampe perle come questo The Idan Raichel Project. Già project non si capisce, ma vabbè.
Il signor Raichel è un simpatico israeliano (e nessuno spari battute sminchiose di politica, che non ne vale la pena e non è la sede) che fa una roba varia, diciamo.
Non è musica tradizionale mediorientale. Ma c'ha il profumino di Medio Oriente, con vocine arabeggianti sparse a svocalizzare 'hallaaalallallaahahhalalla'.
Non è reggae, seppure ogni tanto gli parta un colpo di levare troppo sospetto.
Non è rap, anche se la voce ogni tanto parla. Ma ho il dubbio che sia solamente stonato.
C'è l'elettronica non invasiva, come un'operazione di routine in day hospital.
C'è il ritmo blando cullante, che non dia troppo fastidio se stiamo parlando che poi mi distraggo e mi sbicca il negroni sul tappeto.
Allora mi chiedo io.
Dìllo, suono lounge del cazzo.
E ti perdono.
Non dirmi ' suono world music', perché tenti di farmi passare per pirla.
E invece ci passi tu. Caro il mio frugoletto mistificatore.
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