Ma il combat folk quando muore?
Scusate, ogni tanto mi tocca pure lavorare. Una veVa baVbaVie, ma puVtVoppo devo ovviaVe ai bisogni fisici. Se non lavoro, niente spesa. Se niente spesa, nun se magna. Se nun se magna, nun se scrive. Ergo: sopportate i tempi matusalemmici.
Il disco di questo post per quanto mi riguarda fa veramente cagare. Ma povero, più che lui nello specifico, l'intero movimento nel suo complesso.
Parliamo del combat folk. Quella cosa che è emersa soprattutto ai primi dei '90, in contemporanea all'esplosione dell'Irlanda musicale e di Mani Pulite. Praticamente un terreno comune su cui si confondono chitarre acustiche, violini e insulti al governo, alle guerre, alla ggente ricca che sono cattivi. Un esercito di Pogues qualunquisti, capitanati dai Modena City Ramblers e con Folkabbestia o Bandabardò a fare da carne da cannone per il mercato discografico. Più live, che dischi, in effetti, laddove la 'putènz dell'energia dellammusicafolk' si manifesta coinvolgente per l'esercito di quindicenni rapiti dal carisma (?) del Finaz o del Cisco di turno. Ecco, quella roba lì. Tutti col pugno chiuso a insultare i potenti mentre la batteria va in levare e la fisarmonica spinge. Mah. Mai capito.
Adesso arriva questa ennesima perla: "Sotto il cielo del tendone", dei Ratti della Sabina. Boh, che dire. Suonano approssimativi. I testi sono a tratti imbarazzanti (splendido l'esordio 'se mio nonno fosse ancora vivo si stupirebbe di questo mondo', vai con gli accendini - magari con bottiglia di lacca per fiammeggiare meglio), la voce fa accapponare la pelle. Elogio del quattroquarti in levare costante. E questi dal vivo catalizzano le folle? Sì, beh, immagino. Un pugno chiuso, un Che che sventola, un bell'eskimo del papà ed è fatta.
Non lo so. Si era esaurita la spinta innovativa (ehm) del movimento, finalmente. Cisco ha mollato i MCR per fare un disco solista dignitoso, rispetto a quello loffio e politicamente ovvio dei suoi ex colleghi. Mi sembra un chiaro messaggio. Nonostante questo spùntano ancora gruppi che insistono su quella linea, scimmiottando quello che è stato. La puzza di muffa sale alta nel cielo. Ma col pugno chiuso ben in vista e a forma di faccia del Che, che non si sa mai che renda ancora. L'avremo spremuto abbastanza o avanza qualcosa?
L'arte della mistificazione
Favoletta del giorno.
C'era una volta un'etichetta discografica che pubblicava compilation di musica, ehm, world. Cioè musica etnica, per capirsi, quelle robe un po' India, un po' Africa, un po' Sudamerica che fanno tanto alternativo/cocktail/ethnoconl'acca/lounge. Perché poi c'è LA world music, che invece lavora utilizzando musica tradizionali vere, non spruzzando un po' di deodorante afro sul pop.
Ecco, quell'etichetta era un po' così, spruzzatine di deodorante. Intesa world. Ma in fondo va bene così, finché l'obiettivo è distrarre gli acquirenti di un negozio di vestiti etnici, arredamento etnico, aperitivi etnici, decervellamento etnico. Nessuna pretesa. Ok.
Un giorno, uno dei fondatori di quell'etichetta, ne aprì una succursale, da cui non pubblicava più compilescion da sottofondo per cocktail lounge a base di mojito. No. Pubblicava dischi solisti, chiamandoli 'world music'. E diventò notte fonda.
Purtroppo non è una favola, è storia vera. La prima è la Putumayo, etichetta 'equa e solidale', direi piuttosto equina e consolidata (economicamente, sono una forza della natura, per qualche motivo a me sconosciuto), e la seconda la Cumbancha, che ne ripercorre le orme dedicandosi a 'progetti' (brrr!) specifici. Mentre Putumayo sforna 'African groove', 'Balkan groove', 'Women of latin America' e altre bestialità senza grandi pretese, Cumbancha da alle stampe perle come questo The Idan Raichel Project. Già project non si capisce, ma vabbè.
Il signor Raichel è un simpatico israeliano (e nessuno spari battute sminchiose di politica, che non ne vale la pena e non è la sede) che fa una roba varia, diciamo.
Non è musica tradizionale mediorientale. Ma c'ha il profumino di Medio Oriente, con vocine arabeggianti sparse a svocalizzare 'hallaaalallallaahahhalalla'.
Non è reggae, seppure ogni tanto gli parta un colpo di levare troppo sospetto.
Non è rap, anche se la voce ogni tanto parla. Ma ho il dubbio che sia solamente stonato.
C'è l'elettronica non invasiva, come un'operazione di routine in day hospital.
C'è il ritmo blando cullante, che non dia troppo fastidio se stiamo parlando che poi mi distraggo e mi sbicca il negroni sul tappeto.
Allora mi chiedo io.
Dìllo, suono lounge del cazzo.
E ti perdono.
Non dirmi ' suono world music', perché tenti di farmi passare per pirla.
E invece ci passi tu. Caro il mio frugoletto mistificatore.
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I mostri sacri
Oggi spariamo a un mostro sacro.
Che poi a me Iggy Pop piace. È un tipo con cui chiunque passerebbe volentieri una serata a sparar cagate, dai, il dialogo con Tom Waits in Coffee and Cigarettes di Jim Jarmush è meraviglioso; dal vivo è sull'anzianotto, ma riesci ancora a saltare e urlare per due ore buone senza fare una piega, che se lo faccio io che ho metà dei suoi anni stramazzo al suolo dopo un quarto d'ora. Inoltre ci ha regalato il punk quando ancora non c'era, quindi come direbbe Ziliani nelle sue epiche pagelle: chapeaux!
Ma.
Più che con lui, che poi se lo chiamano l'Iguana non può che starmi simpatico, me la prendo con i suoi discografici.
Tutti i grandissimi hanno iniziato a suonare con qualcun'altro. Magari producendo roba orrenda. Di sicuro, più che magari. Ecco. Lui pure. Si chiamavano The Iguanas, e Iggy era il batterista (!!!). Ora, ho capito che Iggy poi è diventato quello che è. Ma se le loro registrazioni erano l'antimusica, dico io, PERCHE' LE PUBBLICHI! Che colpa ne ho io (e in fondo lui), se hanno inciso delle merde sovrannaturali? Jumpin with ne è l'esempio totale, e un po' di gonzi ci sono caduti acquistando il disco e immaginando già che la voce di Iggy usciva rancida dalle casse.
Non è che il mondo è sovrappopolato di collezionisti sordi che comprerebbero anche un disco di scurreggi di Iggy solo perché in copertina c'è scritto il suo nome. Eppure così pare.
Pigliamo lui, o quello che ne era di lui a metà anni '60, per stigmatizzare un paradigma classico: raschiamo il fondo del barile su cui è inchiodata una placca d'argento con inciso un nome altisonante. In fondo non vendo dischi di giovini emergenti, allora ripesco il laidume avanzato. Wow. Il Lidl della musica, proprio.
Verrebbe da fare come fece lui stesso, Iggy, quando durante un'intervista un giornalista gli chiese candido: 'Iggy, ma come mai visto quello che suoni non ti sei chiamato IGGY ROCK?'.
Caricò.
Gli sgraccò in faccia.
E se ne andò in silenzio.






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